fiori per sbaglio in un campo di grano
Volti tersi senza menzogna
seguono dei gomitoli di vento
sotto il bocciolo d'una lanterna
Seduti sopra al silenzio
avvertono il tempo divenire eterno
nell'indaco velo della battigia
Distanti brusii oltre la collina
rammentano l'estate alla luna
colonna sonora della prima volta
Lungo quel brivido ignoto
sale alto un sospiro
che mai più sarà lo stesso
Cadono origami dal cielo
sulle iniziali d'un sentiero
vero come l'amore appreso
Suona a ritroso
il fischio del tempo
quando allo specchio
c'è un segno bianco
come ago riflessivo
smuove il resoconto
del passato immaginato
da diverso adulto
solo con te stesso
tracci il bilancio
per diventare maturo
o toglierlo soltanto
Fantasmi con le labbra sporche
dormono sui pavimenti incolti
delle nostre bianche stagioni
Disegnano sul vetro i sorrisi
che scivolano con la pioggia
lungo la pendenza dell'umore
Un gesto debole nell'intenzione
troppo semplice da dimenticare
ritorna come l'eco d'un campanile
Scrive d'angoscie senza vederle
versando lacrime già sommerse
nel pozzo che ci appartiene
Resteranno i panni a giudicare
quando salirà la neve
quel che ha ucciso il tradito
Scuote l'umore il cielo
mentre cerchi nuove vie
per cucire le distanze,
il tempo è solo l'argomento
per velare fieri i giorni
sotto una maschera di donna
Finita la pazienza non il sorriso
confessi al mondo
a forma di specchio,
ma dove grida l'assenza
ogni proclama d'intento
sfugge dal tuo orgoglio
Sono lampi estivi
nubifragi circoscritti
nel pudore del cuscino
Entra dolce nel sentiero
il gelo sospeso
da un muto pensiero
Sembra bianco il cammino
l'inverno d'estate
si trova al mattino
Possa lei sognare ancora
negli occhi acerbi
che di stupore colora
Senza rotta per perderci
come lucidi illusi
nella gola un arrivederci
Valvola intrisa d'oscuro colore
anima il senso dell' emozione
sfalsato appena dal battito
gelido uguale in ogni occasione
Muscolo spento d' allergico fascino
crea attenzione per quel che muove
aspro motivo dal tono sfuggente
dà dipendenza nel canto ammaliante
Pugno ferito dall' indecente passato
non lascia speranza di cicatrice
scorrendo la sabbia dentro l' arteria
l' unica feritoia senza un' entrata
Docile l'espressione del tuo viso
che svanisce dentro lo specchietto,
dove tramonta sarà livido
quell'immagine che non guarisco
Spingo ogni pensiero sull'acceleratore
nell'intenzione di guardare indietro,
quando il caso porterà notizia
nessuna lacrima avrò da inventare
Solo crisantemi sul ciglio del dubbio
che non perdona alcuna inversione,
lungo la rotta di felicità opposta
da quel sorriso alla sua memoria
Ora cammino lentamente
respiro l' aria,
e distinguo i colori,
per la prima volta
ho scoperto
quanto belli sono i fiori
Lungo i miei giorni
questi spazi
ho sempre attraversato,
senza mai avvertire
quell' impressione
di essere spaesato
Diretto nel domani
m' ero perso
in fondati schemi,
oggi li abbandono
nel vuoto mondo
pieno di problemi
Dentro l' incertezza
vivo la realtà
della nuova dimensione,
dove tutto si dilata
alla ricerca
d' una semplice emozione
Scosso dalla speranza
sento ancora
linfa di purezza,
quelle piccole cose
fanno sembrare
allegra la tristezza
Riesco a cogliere
di ogni essenza
il giusto valore,
da quell' istante
che m' hanno detto
lei ha un tumore
Ad arte mischio le carte
per fuggire dal mio avvenire,
con la vita sempre in ballo
sono un Re in eterno stallo,
cui vale come unica risorsa
non pensare ma vai di corsa,
restando vuoto sino all'ignoto
dove la morte irride la sorte.
Vorrei spendere il tempo
per trovar la via
dove con te ripartire
Aspettare quella gioia
d'un momento di noia
da poter condividere,
vedere i sogni nella polvere
brillare su quegli umori
che nascono e si scordano
Il vociare dei ricordi
è un pianto lontano,
amaro come uno sbaglio,
che dentro il suo sapore
fortifica quel legame,
la base per costruire
Tutto quel che vorrei
è riempire il tuo sorriso
senza dire niente
Mattina di rose bagnate
sospiri lenti di pianoforte,
l'immagine che passa sorride
toccata dai raggi del sole
Ricordo il vento di aprile
chiuso in quelle pallide stanze,
dal vetro i colori mutavano
intorno era tutto fermo
Parole di speranza
uscivano senza vergogna,
volendo un sussulto
dentro occhi già spenti
Niente sembra più allora
sulle ali d'un pensiero,
cercare ancora risposta
è come spiegar fantasia
Completa è l'assenza
di un motivo vero,
che giustifichi certo
quel folle ardore
per il vile desiderio,
sbandierato ovunque
nel dare sostanza
al mancato obiettivo,
perso nel sentiero
d'un brivido passato,
gonfiato da parole
che il mare non tiene,
restando ad osservare
tutte quelle forme,
affidando all'attesa
la sua dote migliore
come sola speranza
d'un falso impostore
Le sue stanze infinite
proiettano il destino
dell'insonne passeggero
Dove timore attrae
il velo mistero
avvolge il colore
Ambita per pochi
muove le forme
chiamate seduzione
Cala il respiro
meraviglia suona
svelando il segreto
Passato il tramonto
dentro il suo alone
si rifugia realtà
Non tornano le ombre
che cullavano piano,
tra fuochi e magoni
sopra quel violino
La carta, solo una scusa
per voler alleggerire
il peso di quel male,
colto in poche righe
Un lontano veliero
su mari agitati,
le gocce salate
da sorrisi forzati
Quei pensieri affogavano
nel mare d'illusione,
così vivi e maledetti,
profumavano di stupore
Anche il senso
ha reso saggio il dolore,
quando il tempo
ha smesso di contare
Sospettare era impossibile
ciò che oggi dico,
soffro della nostalgia
di quell'oscuro nemico
La luna è in collera
prigioniera di se stessa
testimone mai scomoda
di sangue nella nebbia,
vicoli di provincia
ed echi d'indifferenza
teatro d'una scena
di futura cronaca,
dove speranza è appesa
ascoltando quelle grida
che disperse nella folla
si spengono all'alba,
l'innocenza è spezzata
solo perchè indifesa
dalla mano che lascia
una rosa abbandonata
Lo stesso giro
fa il vento,
nella valle
dei poeti
Versi colmi
di pura noia,
dentro la sabbia
della clessidra
Cade la pioggia
goccia a goccia,
lungo i solchi
di malinconia
Oltre la soglia
uccide sintonia,
uno sfregio di pelle
contagio d'anima
Mistero la vita
quando è pronta,
poi cambia,
e non ti aspetta
Guardo quello che voglio
dove non vedo niente.
L'inverno è giunto
a custodire emozioni
per tutti i sognatori
è ora di aspettare
Oltre questa coltre
solo freddo intenso
dove ogni immagine
è una foto scattata
Quello che sembra
compare anche dopo
gelido distrae
l'eterno riposo
Sono schivi fruscii
d'un placido vento
unico presente
che muta il silenzio
Ormai è perduto
quel grato abbaglio
dentro l'abisso
di bianco e buio
Il tempo è fermo
senza parvenze
di solo ghiaccio
le valli del niente
Fiocchi
mani fredde
luci appese
cantilene
Suoni
dolci addobbi
tra profumi
cherosene
Giorni
degli incontri
stesso sangue
nelle vene
Sogni
da scartare
recitando
poesiole
Giochi
cose buone
molte voci
tutti assieme
Chiari
occhi stanchi
verso sera
nel piumone
Cuori
di emozioni
quei ricordi
del Natale
Respiro sospeso
il fresco passato
sulle ali tracciate
da un punto immaginario
Niente appare diverso
col rispetto perduto
quando non ti accorgi
nella nebbia hai trovato
Quelle voci suadenti
sfumavano piano
dentro un motivo
che non conoscevo
Una visione distorta
quasi inosservata
che però spaventa
per questo eterna
Fuori non fa freddo,
è solo un impressione
che avvolge la nebbia.
Luci sfuocate lampeggiano,
restando in attesa
di qualcosa che non sanno
Il cielo osserva muto
le case agghindate
nella sopraggiunta quiete
Dove ogni suono lontano,
scivola in un lungo eco
che sfuma tra le ombre
In una zona oscura
che dilata l' immagine
oltre nuova cognizione
Quell' arte sottile
nel volere dei sogni
di consumare i pensieri
Ecco la spalla
della cara amica
grandi programmi
e gite fuori porta
Il miglior antidoto
per alleviar la pena
elogiare virtù
e disprezzar la bestia
Nel cuore infame
sorride la serpe
mostrando conforto
per questa rottura
Mera calcolatrice
cerca il parrucchiere
vuole essere pronta
sulla strada spianata
Ferma e decisa
deve restare la scelta
vedrai sotto casa
la fila della spesa
Nascosto per mesi
il conveniente segreto
citando poi il fato
e un beffardo destino
E' stato un caso
che ci ha travolto
non avrei immaginato
un uomo così diverso
Scendendo giù ipocrita
la lacrima del becchino
Vedo trame nascoste
nel colore dell'acqua
macchie bianche
nel buio d'una stanza
La mia vita ferita
mai è sbocciata
impressa da un contatto
che non percepisco
Un ghiaccio disciolto
che avvolge la pietra
come alone
senza memoria
Tra ombre discrete
e passi stagnanti
l'unica angoscia
e non sentirla
Scuro arcobaleno
d'una mente opaca
dov'è sempre costante
la voglia del niente
Uno scialle di vento
avvolge tristezza
perso nella luce
che non conosce
Come canto del cigno
mi vesto d'ironia
in quest'ultima immagine
riflessa nel coltello
Sembra eterna la circostanza
che ci contraddice,
nei difetti ovviamente,
la traccia, che hai nostri occhi,
nemmeno uno smarrisce.
Difficile comprendere le differenze
che suscitiamo nei ricordi,
di chi, in ogni situazione,
ha sfiorato o urtato
quest'intimo cammino.
Forse quell'ago diverso
sta nella descrizione
di certi momenti,
che restano lucidi
molto più di un nome.
Proprio come quella canzone
la memoria scivola
dietro cose primarie,
che farciscono d'allegria
la maschera che portiamo.
Allora scorderò chi sono
e mi chiamerò nessuno,
per collezionare attimi
da portare stretti
dove non mi servono.
Passeggio tra le righe
d'inchiostro bagnato,
notando con attenzione
le lievi sbavature
Scruto affascinato
i riccioli delle lettere
cercando il significato
di tali differenze
Penso all'obbiettivo
di queste piccole impronte,
raccontano un'emozione
che si smarrisce asciugandosi
Una forte sensazione
ripetuta tramandandosi,
in tutti quegli occhi
che sapranno imprigionare
Riflessioni anche intime
che abbandoni alla penna,
come un pretesto
per non dimenticarle
Sono solo parole
che macchiano un foglio,
esprimono quello
che non hai voluto dire
“Non so perché ho iniziato a scrivere, forse per noia o per colpa di questo vento strano che entra nei pensieri; era tanto tempo che non lo facevo, da quando ciò che sento ha una scadenza imposta da altri. Sono qui seduto sopra questo traghetto e scrivo le mie impressioni, mentre le ultime persone prendono posto, alcune ragazze si sdraiano in costume su delle stuoie per prendere il sole, e i giovani marinai si preparano per salpare. Ho voluto questo viaggio per cercarmi e ritrovarmi là dove mi sono perso una mattina di settembre. L’isola dista circa tre ore, ma il tutto è a discrezione del mare che appare tranquillo, quasi svogliato. Un ragazzo, poco più che maggiorenne, parla in un microfono descrivendo, per i turisti, i tempi e i pasti del viaggio. Una coppia di anziani cerca un po’ d’ombra, o un posto dove ripararsi dall’acqua, e quelle ragazze sdraiate si spalmano bene la crema solare. La gente presente oggi è davvero multirazziale, ci sono orientali ed europei, indiani e mussulmani, tutti allegri e spensierati in un bel clima vacanziero. Il motore della barca comincia ad aumentare i suoi colpi, e la terraferma distante è sempre più lontana. Viaggio di schiena dove posso, anche sui treni, lo considero un modo diverso per guardare il passato, forse perché non ho mai sofferto alcun tipo di viaggio, anzi lo trovo piacevole, e sono sempre un po’ emozionato. Una famiglia di francesi consuma l’impossibile, tra bibite, merendine, e sacchetti di patatine, quelle particolari al gusto di gamberi. La terra ormai si perde all’orizzonte e anche gli ultimi gabbiani ci devono abbandonare, una voce dal microfono avverte che a breve, giù nella stiva, verrà distribuita la colazione, con grande entusiasmo della famiglia francese. Approfitto di questo momento d’agitazione per mandare un messaggio a casa, a chi non ha voluto seguirmi e accompagnarmi, poche parole e un malinconico saluto. La traversata continua serena, quando un ragazzo australiano chiede notizie della sua tavola da surf, alcuni giovani orientali continuano a fotografare ogni cosa, anche le ciambelle salvagente e il capitano al timone, due distinti signori giocano a dama in disparte, una ragazza mulatta legge assorta, e un gruppo di italiani fa la solita confusione. Il mare al largo è un po’ più increspato, e la barca pende leggermente di lato, il sole non è più così caldo, anche se la pelle comincia a bruciare. Una ragazza americana si siede al mio fianco, dopo avermi chiesto gentilmente se il posto era libero, ha dei lunghi capelli biondi e un bel viso ricco di lentiggini, mezzo nascosto da grossi occhiali da sole, che nonostante questo non riescono a celare la tristezza che l’avvolge, osserva fissandola la scia della barca, l’impressione è che la sua mente sia ben lontana da questo mare, questo particolare, a pelle, è quello che più mi attrae, anche se lei non presta a me molta attenzione. Un’onda più alta genera qualche urletto giù nella stiva, dove alcuni passeggeri si sono bagnati, mentre l’uomo francese, per nulla preoccupato, chiede a uno dell’equipaggio quando verrà servito il pranzo. La barca è in mare aperto, ancora ben distante dall’isola, ascolto distratto i discorsi di quel gruppo d’italiani, che, abbastanza agitati, parlano delle onde sempre più alte, quando la ragazza americana si alza all’improvviso guardandomi e abbozzandomi un sorriso, un’onda molto grande fa sobbalzare il traghetto, finire tra le mie braccia quella ragazza e la mia penna per terra, lei si scusa imbarazzata e scende giù nella stiva. Questo avvenimento ha fatto un bel segno di penna sul questo quaderno, che lo rende più bello, perchè sa di vissuto. L’ondeggiare convinto della barca genera malumori e alcuni passeggeri soffrono ancor più d’ansia e di nausea. Un attimo dopo la porta di legno, al centro della barca, si rompe improvvisamente e l’acqua entra abbondante lavando molte persone, il mio sguardo in quell’ attimo è rapito dalle pedine della dama che rotolano indisturbate verso la poppa dello scafo. Siamo nel bel mezzo del mare aperto in un momento di panico generale e non sono mai stato così sereno, continuo a scrivere di tutto ciò che accade, leggero come un soufflè. La barca arriva quasi a spegnere il motore, e ogni persona dice la propria sul da farsi, un uomo si avvicina e mi chiede se voglio un giubbetto salvagente, mentre una signora è quasi stizzita dal fatto che continui a scrivere.
L’equipaggio intanto ha riparato la porta, e con l’andamento lento della barca è tornata quasi la calma. La famiglia francese si informa se ci sarà una merenda, mentre il ragazzo australiano si dice entusiasta da queste onde, e non ne fa mistero, la mia attenzione si sofferma su quella ragazza mulatta, ha uno sguardo molto serio e gli occhi lucidi, da subito sono il solo ad accorgermene, poi anche il resto dei passeggeri. Ora quella ragazza piange decisa, e le lacrime le bagnano copiose il grazioso viso, uno di quegli uomini che giocavano a dama le si avvicina chiedendole se non si sente bene, e lei scuote la testa continuando a piangere. Una signora le dice di non preoccuparsi e di non avere paura che il peggio è passato, e che a breve vedremo l’isola all’orizzonte. Quella ragazza, dopo un po’ di silenzio e con le lacrime ancora negli occhi, disse in un perfetto inglese: Non ho paura, non piango per questo, piango per voi e per i vostri cari. La gente si guarda perplessa e alcuni di questi non hanno ben capito, un signore di colore le si avvicina porgendole un fazzoletto che lei prende per asciugarsi le lacrime, ci sono molte più persone qua sopra, perché il mare si sente maggiormente giù nella stiva, anche se ormai i momenti di terrore sembrano passati. Il microfono avverte che manca circa un’ora all’arrivo all’isola, mi accorgo in quel momento della ragazza americana, è in piedi vicino a me, e si è tolta gli occhiali, ha degli occhi splendidi, azzurri come un lago di montagna, che guardano di lato all’orizzonte, velati di incredibile malinconia, mi chiedo a cosa pensa e qual’è il suo…”
Questo scritto è stato ritrovato, praticamente integro, tra i resti delle macerie del traghetto “Ruami” salpato da Labuhan e diretto all’isola di Sumbawa, dove una donna saudita di ventiquattro anni, imbottita di tritolo, si è fatta esplodere provocando la morte di 57 persone e il ferimento di altre 32
La fine di un giorno fantastico
Il suo pensiero
ne detta la fine,
e in quel momento
lo rende immortale
Così improvviso,
quindi travolgente
così normale,
perciò affascinante
Tutto è iniziato
come altri cento,
per poi divenire
un giorno su mille
Solo attimi infiniti,
perchè vissuti diversi
liberi da movenze
spesso impostate
Ne riassumo l'essenza
sui titoli di coda,
e sorrido al muro
prima di spegnere
Una dedica al buio
che avvolge il sonno
quest'ultima goccia
d'amara lacrima
Cosa vedi in questi occhi
se mai gli avessi visti?
ciò che sono mi hai donato
quel che vuoi l'hai ripreso.
Del disprezzo non temere,
perchè il tempo lo scolora,
ma la pena dentro il vuoto
che lacrime non sprigiona.
Non sono più la tua piccina
che portavi a cavalcioni,
quel ricordo è di un'altra vita
quando ancora eri il mio papà.
(guardando "Clarissa" di Audrey Kawasaki)
Vorrei osare
come chi non ha nulla da perdere,
ma è molto difficile
come il passato da spegnere,
mi basta sognare
come pretesto per vivere,
e resto immobile
come il desiderio di cambiare.
Il vetro imbrunito
riflette un viso opaco,
sciupato dagli anni
passati senza rimedio.
Un dolore invecchiato
nella stanza della polvere,
dove il sogno ricorrente
è sempre più distante.
Non riesco a sentire
e di ciò ricordare,
solo parole confuse
dal ruggito d'un temporale.
Sono pallidi diamanti
in un vecchio portagioie,
quelle lacrime seccate
tra cosmetici scaduti.
La mano tremante
mostra dita appassite,
mentre la spazzola
scuote forte i capelli.
L'ombra d'una fune
oscilla sulla parete,
strozzando il silenzio
con canto di civetta.
Porta su in superfice
gli occhi suoi dell'amore,
e come candido specchio
restituì il volto alla morte.
Rach 3
Pregna la stanza
di paure nascoste
solo una sedia
senza respiro
Il sangue trema
dentro le vene
gocciando freddo
sino al cuore
Gli occhi socchiusi
seguono il battito
e l'ombra compare
sul manto d'avorio
Affonda le dita
e scendi la schiena
ancora una volta
sei parte di me
oggi
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